Blue and lonesome

pioggia

Che piova!

Che piova sul mondo triste,

il grigio del cielo diventi tutt’uno con la terra invernale.

.

Che piova!

Che piova sulla mia tristezza,

sul mio corpo gravido della tua assenza.

.

Che piova allagando la terra,

rendendola umida come le mie cosce

memori del tuo cazzo turgido.

.

Che piova sugli alberi,

che ondeggiano al vento

come il mio corpo mentre mi fottevi forte.

.

Che piova!

Che lavi via tutto, l’altrui felicità,

e il ricordo di te e dei nostri sogni.

.

Che piova!

Almeno fino a quando

un altro cazzo non mi faccia dimenticare il tuo.

.

.

.

Due come noi

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“E’ una pessima idea!”

“Dai, ci divertiremo come due pazze!”

Il grimaldello per forzare le mie difese è la tua promessa di humor, anche se, tutto sommato, non è necessaria: sai che, alla fine, faccio sempre quello che vuoi.

“Non può toccarci, nel modo più assoluto.”

E va bene! Parteciperò difendendomi con una buona dose di fredda ironia.

Mi sento spaesata e in imbarazzo a vedere un uomo nudo che gira per casa. Gli uomini nudi mi sono sempre stati indifferenti, quando non mi hanno addirittura fatto schifo. Non capisco cosa ci trovi, tu, di tanto divertente. E’ vero che, a ben guardarlo, è ridicolo: un maschione peloso che indossa una divisa da cameriera, senza nient’altro sotto, e che gira per la sala con fare servizievole.

Lo spedisci a farci un caffè, ridendo sonoramente. Per quanto voglia sentirmi complice, non riesco ad andare oltre un sorriso forzato.

Un pensiero si fissa fra le mie sinapsi: “Come l’hai conosciuto? Voglio dire, come si incontrano una lesbica e uno schiavetto masochista?”

Vedendolo entrare, mentre regge il vassoio con le tazzine fumanti e la caffettiera, mi scuoto e non riesco a realizzare se ho parlato o soltanto pensato.

Ci sediamo sul divano per gustare il caffè. La sua umiltà nei tuoi confronti mi irrita. Non riesco neppure a ringraziarlo, mentre prendo la tazzina dal vassoio. Sono nervosa, ecco.

Tu, invece, te la godi un mondo: hai stampato sul volto un sorriso ironico e uno sguardo perforante e curioso che segue il tipo, sempre a capo chino, passo passo.

Mi vieni vicino e mi baci il collo. Tiri fuori la lingua e me lo lecchi. Chiudo gli occhi e dimentico improvvisamente tutto. Mi aliti sulla pelle, sull’orecchio. Le tue labbra mi sfiorano con leggerezza.

Riesco solo a pensare, mentre reclino il capo trattenendo il respiro, che quando vuoi, sai essere davvero stronza. Stronza e adorabile. Ti butto le braccia al collo, attirandoti verso il mio seno.

Mi sfiori col naso, respiri nell’incavo fra le poppe e infili la lingua nello scollo della maglietta. Do uno sguardo distratto al tuo schiavetto e noto un rigonfiamento all’altezza dell’inguine, sotto la divisa.

Mi infili una mano nei jeans, con le dita tese alla ricerca del mio sesso pulsante, già umido del tuo pensiero. Mi sfiori i peli, mi accarezzi la fica e stringi le labbra fra le dita. Intingi l’indice e me lo posi sulle labbra, poi me lo fai annusare. Le mie mani cercano i tuoi seni, sfiorano i tuoi capezzoli, mentre mi sbottoni con frenesia. Mi liberi dai pantaloni e dagli slip in un unico gesto e la tua bocca scivola fra le mie cosce. Sei ancora vestita, pur con le mie mani nella tua camicia, aggrappate alle tue tette. Solo tu potevi farmi fare una cosa del genere: farmi scopare davanti a un uomo!

Ti libero di una scarpa e ordini alla “cameriera” di leccarti il piede.

Non aspettava altro: si inginocchia davanti a te e prende a succhiarti le dita come se ci fosse sopra del miele. Glielo passi sul viso, sul cranio. Lo domini con ogni tua cellula. Ti annusa i piedi, in estasi.

Ti sbottono la camicia, te ne libero, mentre la tua lingua mi fruga dentro. Mi guardi, lo guardi, inducendo anche me a farlo. Ti tiri su la gonna, ti sfili gli slip e ordini: “Leccami il culo, schiavo!”

Sento il suono della sua lingua che lappa fra le tue natiche, ma è come l’eco di un rumore lontano. Tutta la mia anima è intorno alla punta della tua lingua. Sei così sexy, mezza nuda e con la gonna arrotolata in vita! Su questo siamo d’accordo entrambi, io e il tuo amico.

“Togliti la divisa e resta nudo a guardarci.”

Esegue, docile, i tuoi ordini. Mi vieni sopra, strusci la fica sulla mia. Ti lecco i seni, mi inebrio del tuo profumo, mentre mi scopi la passera. Siamo entrambe fradice. Scivolano che è una bellezza!

Lo sfrofinio mi fa impazzire di piacere. Ti agguanto il culo per tenerti stretta a me. Non resisto, a dispetto dell’ospite, ti sussurro un “ti amo” nell’orecchio che viene da un punto a metà strada fra il mio cuore e il mio ventre.

Incolli la bocca alla mia, la tua lingua s’intreccia alla mia. I nostri bacini sono sempre più frenetici. Siamo altrove, adesso. Non abbastanza altrove, però, da farti dimenticare il tuo giocattolo: “Prendi il vassoio, porco, e sborraci dentro.”

Con gesti goffi per il timore di non compiacerti, si affretta a farlo.

Raggiungi l’orgasmo. Lo so, lo sento, che a farti arrivare al climax è la percezione del potere che esertici su di lui. E anche su di me, devo ammetterlo.

Il tuo piacere si tira indietro il mio, che mi abbandono completamente fra le tue braccia, aggrappata a te, quasi appesa al tuo corpo. Respiro ancora a fatica mentre ti sento dire: “Adesso lecca tutto: voglio quel cazzo di vassoio lucido!”

Avvicino la bocca al tuo orecchio: “Adesso spiegami come hai fatto a incontrarlo …”

Febbre

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E non smette! Guardo piovere dalla finestra. Alcuni passanti si affrettano con gli ombrelli aperti. Le cunette sembrano ruscelli. Un’auto, prendendo in pieno una pozzanghera, innaffia violentemente una donna di mezza età che riempie il conducente di parolacce, alcune delle quali mi erano ignote, con una veemenza insospettabile in un corpicino così minuto.

Mi sono rotto le palle! Quarto giorno chiuso dentro; ho fatto il pieno di serial televisivi che, stando bene, non guarderei neanche distrattamente. Qualche film, pochi. La febbre mi ha sfiancato, ma oggi mi sento preso dalla frenesia di riprendere a vivere.

Il naso incollato al vetro, finisco di sorseggiare il thé ormai tiepido.

Mi giro intorno: la casa è preda di un tale disordine! La mia compagna di stanza è uscita, come tutte le mattine, per andare a scuola o a lavorare. Mi pare che abbia detto lavoro, uscendo, ma non sono sicuro: ero ancora semincosciente.

Lascio andare un sospiro sonoro e mi decido: le farò una sorpresa facendo qualcosa di utile. Di sicuro non avrà rifatto neanche il letto. Pur essendo soltanto una male assortita coppia di coinquilini, non ci nascondiamo nulla, quindi non mi faccio problemi a entrare nella sua camera per dare una sistemata.

Lo spettacolo che si presenta ai miei occhi – si dice sempre così, anche nei film horror – è raccapricciante: indumenti buttati ovunque. Scarpe e calze a terra; slip e ancora calze sul letto non rifatto in cui sembra che abbia dormito una coppia di scimmie drogate; una sedia, su cui è ammonticchiata tanta di quella roba, sembra sfidare la forza di gravità per reggersi.

Mi rimbocco le maniche e incomincio a raccogliere tutto quello che giace sul pavimento. Sistemo le scarpe nella – ovvio – scarpiera e faccio un mucchio di tutto il resto, per poi portarlo nella stanza della lavatrice. Rifaccio il letto, dopo averlo liberato dai corpi estranei, per così dire. Finito, resto a contemplare il risultato, compiacendomi di non aver lasciato neppure una grinza sulla trapunta.

Raccogliendo le calze, però, si incrina la mia furia ordinatrice e le sfioro pensando ad altro. Senza rendermene conto, ho la mano che ne regge un paio sotto al naso e le sto annusando. Una repentina erezione mi riporta alla realtà.

Fa caldo. Sono ancora in pigiama. Forse è il caso che indossi qualcosa di più adatto al lavoro che sto facendo. Dal mucchio sulla sedia, non senza qualche difficoltà, riesco a tirar fuori un grembiulino rosa, di quelli che si annodano sui fianchi. Mi ritrovo a pensare che forse fa davvero troppe cose: studio, lavoro, ha anche tanti hobby che le portano via tempo prezioso e, la sera, per pagarsi affitto e università, spesso fa anche la cameriera in un bar qui vicino.

Mi guardo nello specchio ammirando le mie cosce pelose che colpiscono lo sguardo sotto la fettuccia bianca del bordo del grembiule.

Senza pigiama sto meglio. Non so se ho ancora la febbre o se il riscaldamento è troppo alto, ma mi sento più libero di muovermi. Do una sistemata alla cassettiera su cui tiene trucchi e profumi, districandomi a fatica in una giungla di bottigliette e tubetti ma, alla fine, sono contento del risultato. Sto già pregustandomi il sorriso con cui accoglierò la sua espressione di sorpresa gratitudine.

Avevo poggiato su un angolo del letto le calze che avevo in mano, indeciso se fossero da lavare o da riutilizzare. Di nuovo, le porto al naso. Inspiro voluttuosamente il lieve odore dei suoi piedi che le impregna. Mi tocco il sesso, libero di volteggiare sotto il grembiule.

Ormai accantonati i buoni propositi, mi dirigo verso il mucchio degli indumenti da lavare e ne tiro fuori un paio di slip. Annuso anche quelli. Mi rassegno all’idea: mi sto masturbando, adesso. Con gli slip e le calze premuti sul viso, gli occhi chiusi per aprire i sogni sul suo culo, sulla sua fica, sui suoi piedi, la mia mano va decisa sul cazzo. Sono arrivato davanti alla scarpiera. Vorrei convincermi di esserci giunto per caso, ma la mia coscienza non vuole essere presa in giro. Tiro fuori un paio di decolleté, quello che mostra maggiori segni di uso e porto una scarpa al naso. La annuso con una tale voluttà che mi si piegano le ginocchia. Lecco le orme dei suoi piedi con avidità. Annuso e lecco con pari eccitazione, senza smettere di masturbarmi. Prendo l’altra scarpa e ci infilo il cazzo dentro. La faccio scorrere in su e in giù.

Una scarpa sul naso, l’altra sul cazzo, dimentico perfino di esistere. Una timida goccia di sperma fuoriesce dalla punta, lasciando una scia lucida sulla pianta della scarpa.

Mi fermo, per prolungare il piacere. Apro gli altri cassetti e guardo cos’altro contengono. La mia attenzione viene rapita da un paio di scarpe che non le ho mai visto indossare, rosse, dai tacchi altissimi. Prima di inginocchiarmi per studiarle, mi viene voglia di indossare le calze che avevo in mano poco fa. Con una gamba poggiata al letto, le infilo, una per volta. Mi accarezzo, sensuale. Non resisto: vado allo specchio ad ammirarmi. Mi eccito a vedere me stesso in abiti femminili. Mi pizzico un capezzolo; con l’altra mano mi sfioro il cazzo, poi le gambe …

Mi inginocchio. Prendo una scarpa in mano. Quanto saranno, questi tacchi? Almeno dodici centimetri. Le annuso e le lecco. Sono deluso, forse non le ha mai indossate.

“Che cazzo stai facendo?”

Il suo urlo mi paralizza. Farfuglio un “Ti stavo sistemando la camera”, di cui sono meno convinto di lei, che guarda il mio culo nudo all’aria, il mio cazzo duro ciondolante fra le cosce, il mio singolare abbigliamento e il mio viso che sento bruciare.

Dà anche uno sguardo panoramico alla stanza, irriconoscibile rispetto a stamattina. Seguo i suoi occhi, in cerca di un appiglio di gratitudine che non può più arrivare, adesso.

“Sei un porco!”. E’ più arrabbiata che delusa.

Eppure …

“Passami quella che hai in mano.”

Nel frattempo si è sfilata la scarpetta da tennis che indossava e infila quella dal tacco altissimo.

“Continua quello che stavi facendo: voglio vedere fino a che punto arriva la tua porcaggine!”

Rosso di vergogna e, forse, ancora di febbre, annuso timidamente l’altra scarpa. Mi posa sul culo il piede, il tacco, e mi ordina: “Sembravi molto più preso, quando sono entrata. Mettici più sentimento. Porco!”

Il contatto del suo piede sulle natiche mi fa eccitare di nuovo. Questo insperato lato del suo carattere mi fa quasi perdere la ragione e spero che non si fermi.

Solleva il piede, armeggia con un tubetto di crema e la vedo lucidare con le dita il tacco. Me lo poggia sulla schiena e lo fa scivolare giù, verso il culo. Fra le natiche, fino a sfiorare l’ano, poi lo scroto. Torna su e lo preme sul buco, che involontariamente contraggo, chiudendomi.

“Rilassati, maiale. Sai cosa ti aspetta, adesso, vero?”

La sua voce è rotta dall’eccitazione mentre il tacco mi entra nel culo, lentamente.

“Continua ad annusare e a leccare. E non smettere di segarti, depravato segaiolo.”

Eseguo, con la testa che mi sbanda. Le orecchie mi fischiano. Il tacco è entrato tutto. Muove il piede scopandomi il culo. Gemo d’eccitazione, senza pudore. Vorrei abbracciarla per essere riuscita ad esaudire sogni che non ho mai avuto il coraggio di confessare a nessuno. Giro appena la testa per guardarla, come se la gratitudine potesse trasparire dal mio sguardo. Ha gli occhi fissi sul mio culo, sul piede che mi fotte inesorabile il culo. Ha infilato una mano nei jeans e si tocca. Il suo viso è teso, serio, così serio che non ho il coraggio di parlare.

Mi limito a rantolare di piacere, masturbandomi senza tregua, fino a sborrare in una delle décolleté che era rimasta a terra.

Affonda il piede, mi schiaccia a terra e viene a sua volta. “Adesso,” respira profondamente, “adesso puliscila con la lingua.”

Si appoggia al muro. Mi accarezza la nuca col piede nudo, dopo essersi liberata della calzatura.

“Sono dovuta tornare prima. Credo di avere la febbre alta.”

Corro a sostenerla, mentre si accascia a terra.

Tre passi

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Passando davanti allo specchio, mi sono scoperto uguale a mio padre.

Mio padre: se mi vedesse adesso!

Sono nudo, carponi. Seguo i tuoi passi, leccando il vapore che i tuoi piedi lasciano sul pavimento di granito.

Sembra di essere immersi in un silenzio ovattato, rotto solo dal frusciare della mantella che ti copre le spalle, unico indumento che indossi. Gattono sui tuoi passi fino all’enorme focolare che illumina e riscalda il salone.

Nevica ininterrottamente da giorni. Siamo isolati. Non potrei allontanarmi, neanche se lo volessi.

Non me ne andrei per nessuna ragione al mondo, in effetti. L’unica a potermi costringere, saresti tu.

Incomprensibilmente, invece, sembri volermi trattenere qui, riempendomi di orgoglio e di felicità per essere io il prescelto.

Mi giro a guardare il percorso che abbiamo compiuto, ammirando la perizia con cui ho leccato tutte le tue tracce dal pavimento.

Arrivata davanti al camino, ti giri, sposti la mantella da un lato, lasciandola penzolare su una spalla, in modo da non farla capitare davanti alle fiamme. Sollevi un piede e lo posi sui mattoni refrattari ai piedi del fuoco. Trattengo il respiro, abbacinato da tanta possente bellezza: il tuo corpo mi appare immenso, perfetto. Trasudi potere, a dispetto del pallore della tua pelle.

Al vertice delle tue cosce, la tua fica mi ipnotizza e mi intomirisce. Il rosso delle tue labbra si increspa in un impercettibile sorriso. Sporgi appena il mento verso di me, poi verso i tuoi piedi, in un tacito quanto efficace ordine.

Mi precipito ai tuoi piedi per annusarli, adorarli e leccarli. Chiudo gli occhi, mentre inspiro. Ti bacio il collo del piede, faccio scivolare la lingua fra le dita, lecco gli interstizi, ti succhio le dita, una per una. Mi soffermo sugli alluci, come se ti stessi facendo un pompino. Mentre sono alle prese col piede sinistro, mi posi il destro su una spalla, come a voler ribadire a chi appartengo.

Lo fai scivolare sulla pelle, fino a sfiorarmi il viso. Mi passi la pianta del piede sul viso, sugli occhi, sul naso, sulla fronte, infine sotto al mento, distogliendomi da ciò che stavo facendo.

Mi costringi a guardarti in viso. I tuoi occhi bruciano più delle fiamme che ho vicino. Distolgo lo sguardo, incapace di reggere il tuo, subito dopo aver captato il cenno con cui mi ordini di salire, di inerpicarmi con la lingua lungo il tuo corpo.

Lecco il collo del piede, lo stinco, il ginocchio, la coscia, contro cui mi struscio voluttuosamente, fino ad arrivare a lambirti la fica con le labbra. Ci poso un bacio delicato, poi aspiro, chiudendoci sopra le labbra a ventosa. Impaziente, mi premi la nuca verso di te, con una mano. La mia lingua sale e scende fra le tue labbra umide. L’odore del suo sesso eccitato mi avvolge e inebria.

Come se fossi davvero ubriaco, ho il viso in fiamme. E il calore intenso del camino non aiuta di certo. Mi sento precipitare in un vortice di piacere che sono assolutamente incapace di dominare.

In un disperato tentativo di restare attaccato alla terra, mi chiedo se la tua eccitazione sia più dovuta all’opera della mia lingua o al senso di dominio che eserciti magistralmente su di me, sul tuo schiavo.

Completamente fuori luogo, il pensiero torna a mio padre. Al suo quasi religioso senso dell’orgoglio e della virilità. Ricordo una volta – dovevo essere adolescente, visto che non potei guidare – mentre tagliavamo dei rami in un bosco,si ferì la gamba con una motosega. Senza dire una sola parola, mi fece salire in auto e andammo al pronto soccorso, dove si fece medicare un taglio largo e profondo. Devo essermene ricordato per contrasto, per il mio essere così poco virile, mentre sono inginocchiato ai tuoi piedi.

Deglutisco, ingoiando il tuo piacere che dilava nella mia bocca. Mi strofini la fica sul viso, quasi a volermi marchiare. Sugli occhi, sul naso, sulle guance. Me la schiacci sulla bocca. Sento che, se potessi, mi risucchieresti dentro di te fino a farmi diventare una tua propaggine, una parte del tuo corpo.

Le mani appoggiate dietro di te per sostenerti, ti lasci andare a un orgasmo intenso, avvolgendomi con l’urlo liberatorio al quale ti abbandoni. Rabbrividisco, in un miscuglio di sensazioni: il freddo del pavimento, il calore del camino e l’imbarazzo del tuo piacere senza nessun freno.

Ti giri, piegandoti leggermente in avanti e ti appoggi al camino. Sono sempre più sorpreso dalla tua insensibilità al calore. Sempre in ginocchio, mi sollevo fino ad arrivare con il viso all’altezza del tuo culo. Lo bacio, tenendolo fra le mani, poi insinuo la lingua fra le natiche. Le allargo. Resto per un po’ in contemplazione del tuo buco, ammaliato. Poso la punta della lingua sull’ano e lo lecco, delicato ma inesorabile.

Continuo a leccarti il culo per lunghi minuti, mentre il tuo corpo si piega ancora di più in avanti. Sono immerso nelle tue natiche. Ti annuso e ti lecco senza sosta. Mi premi una mano sulla nuca, schiacciandomi contro di te, quasi dentro di te. Infine ti giri, allarghi le gambe, apri le labbra con le dita e mi pisci in faccia, sorridendo soddisfatta. Resto a subire l’umiliazione, inerme, incapace di qualunque reazione. Mi chiudi il naso con due dita, costringendomi ad aprire la bocca, poi a berne un po’. Il rosso delle tue labbra contrasta sempre più col pallore del tuo corpo.

Io sono tutto un fuoco, mentre tu sembri non avvertire il calore intenso che proviene dalle fiamme che danzano nel camino.

Mi prendi il mento con la mano, mi fai alzare e ti avvii verso il divano. Ti seguo, come legato da catene invisibili.

Il palmo della tua mano aperta contro il mio petto, mi fai coricare sul divano. Ti adagi su di me. La bocca si avvicina al mio collo. Chiudo gli occhi, gustando il calore del tuo alito sulla pelle. I tuoi denti si chiudono. Sento la pelle lacerarsi sotto l’azione dei tuoi lunghi canini. Non avverto nessun dolore, incredibilmente.

Mi abbandono al piacere più intenso della mia vita, mentre sento la tua lingua leccare il sangue che sgorga dalla mia giugulare.